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La storia del Filatoio di Caraglio, delle filande e delle filandaie nel Cuneese

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Filatoio di Caraglio

A pochi chilometri da casa, il Filatoio di Caraglio tesse una trama antica che si dipana dal Seicento. Arriva poi fino ai giorni nostri in una veste inedita, ma in parte legata agli scopi per i quali questo luogo extraordinario fu concepito. È infatti diventato una location di mostre, come quella fotografica di Steve McCurry – Texture, ed eventi. Inoltre, accoglie il Museo del Setificio Piemontese, raccontando la propria storia e quella delle persone, in primis donne, che vi lavorarono e abitarono secoli fa: le filandaie.

Scopri insieme a me le vicende del Filatoio di Caraglio. Dopodiché, approfondisci le condizioni di vita e di lavoro delle filandaie, non solo qui ma anche nel resto del Cuneese. Tieni presente che nella Granda la filatura della seta era una delle principali attività produttive, nonché fonte di reddito, per migliaia di persone.

Il Filatoio di Caraglio: la nascita di un’eccellenza

Plastico del Filatoio di Caraglio

Il Filatoio di Caraglio fu costruito tra il 1676 e il 1678 dalla famiglia Galleani. In modo particolare, fu il setaiolo Giovanni Gerolamo Galleani a individuare vicino alla fontana di Celleri il luogo ideale dove costruire il Filatoio, data l’importanza dell’acqua per il funzionamento delle macchine tessili. 

Il Filatoio di Caraglio è un esempio di architettura ibrida

  • residenziale (palazzo) con gli appartamenti nobili e il dormitorio delle filandaie 
  • produttiva (setificio)

A questi due aspetti, occorre aggiungere la sua parvenza di castello grazie alle torrette di facciata. Oltre alle sue funzioni e all’estetica, il Filatoio di Caraglio fu il primo in Piemonte e oggi il più antico rimasto in Europa, nonché l’unico coi macchinari dell’intero ciclo di produzione. Al suo interno, in occasione dell’Instameet Sulla Via della Seta, organizzato da Igers Cuneo, la community di appassionatə di fotografia di territorio e di Instagram, abbiamo ripercorso tutta la filiera serica. In modo particolare, abbiamo approfondito la trattura e la torcitura, le due fasi principali di produzione dell’organzino, cioè il filato ritorto di seta usato per l’orditura di preziosi tessuti, finalizzato all’esportazione.

La trattura

Fornelletto per la trattura dei bozzoli

Della trattura scenderò nei dettagli qualche paragrafo più sotto, quando entreranno in scena le filandaie. Per il momento, ti basti sapere che all’interno del Filatoio di Caraglio puoi trovare la riproduzione di un fornelletto per la trattura dei bozzoli, utile alla lavorazione di due matasse per volta di seta greggia. Si tratta dell’unico macchinario a essere stato posizionato in un posto diverso rispetto a quello originario.
In un’altra sala, invece, passeggerai lungo una fila di incannatoi e una di binatoi che servivano rispettivamente per trasformare le matasse in rocchetti e per accoppiare due o più fili. Dopodiché, rimarrai a bocca aperta di fronte alle riproduzioni fedeli dei macchinari responsabili della torcitura.

La torcitura

Questa lavorazione consisteva nell’imprimere una torsione o rotazione (duplice nel caso dell’organzino) di un fascio di fibre su stesse, a partire dal filo di seta greggia. Tale fase produttiva rappresentò un’importante innovazione, in parte made in Piemonte, che consentiva una maggiore qualità e resistenza dell’organzino.

La torsione è infatti un processo meccanico realizzato dai torcitoi idraulici da seta su modello bolognese, evoluzione del prototipo lucchese mosso a braccio. Con l’applicazione della ruota idraulica, i filatoi si trasformarono in mulini da seta e si svilupparono in altezza su più piani degli edifici, rivelandosi degli spettacolari capolavori di ingegneria industriale. Esempi sono gli imponenti torcitoi che puoi ammirare ancora in funzione nel Filatoio di Caraglio.

Ruota idraulica per torcitoi nel Filatoio di Caraglio

I torcitoi idraulici: da Bologna a Caraglio fino al resto del Piemonte

A Bologna, sorse già nel 1272 il primo setificio attivato dalla forza motrice dell’acqua. Pensa che persino Leonardo Da Vinci contribuì nel 1490 a perfezionare i macchinari e, nello specifico, i torcitoi idraulici, oltre ad aver realizzato il primo telaio automatico. Queste tecnologie sono state le protagoniste di una delle passate mostre, organizzate dal Filatoio di Caraglio, svelando un’anima ancora poco conosciuta del genio davinciano, quella di ingegnere tessile.

Ma come fu possibile trasferire le competenze e tecnologie bolognesi al Filatoio di Caraglio e al resto del Piemonte?

Torcitoi idraulici presso il Filatoio di Caraglio

Grazie al padre del fondatore del Filatoio, Giovanni Francesco Galleani. Dopo la sua lunga permanenza a Bologna, che gli permise di approfondire la conoscenza sull’uso, il funzionamento e le caratteristi tecniche dei torcitoi, nel 1663 il Galleani si trasferì a Torino. Qui esaudì le pressanti richieste dei Savoia che ne reclamarono la presenza per condividere le sue conoscenze sulle lavorazioni della seta. Così Giovanni Francesco, coadiuvato dal figlio Giovanni Girolamo, costruì e gestì in Piemonte i primi tre filatoi: Torino, Venaria e Caraglio, di cui quest’ultimo è l’unico rimasto.

Secoli di sperimentazione e perfezionamento portarono il Filatoio di Caraglio a raggiungere l’apice nella prima metà dell’Ottocento, al pari della manifattura tessile, per poi subire un inesorabile declino. Ripercorri insieme a me il secolo d’oro delle filande nel Cuneese, la cui eccellenza costò però molto cara alle filandaie.

Le filande nel Cuneese e le filandaie

L’Ottocento nella Provincia Granda fu il secolo delle filande: 67 tra filande e filatoi, per un totale ufficiale di 8.040 addetti, un numero di gran lunga superiore a coloro impiegati nella metallurgia (mille) e nell’edilizia (due-tremila). La filatura era un’attività che aspirava a diventare industria, ma che inizialmente si rivelò la prosecuzione dell’agricoltura.

Da quest’ultimo settore provenivano bambine e ragazzine dai 9 ai 15 anni (il 13-14% delle filandaie) e giovani dai 15 ai 21 anni (la maggior parte delle lavoratrici nelle filande). Il duro lavoro femminile rappresentava una fonte di reddito integrativa all’attività nei campi, nella quale bimbe e ragazzine non erano subito impiegabili. Esse erano infatti destinate alla filanda per volontà delle loro famiglie che si occupavano della coltivazione del gelso e dell’allevamento del baco da seta.

Bozzolo di seta, tenuto tra le dita

Le fasi produttive della filanda

Il baco da seta era la materia prima delle filande, le cui lavorazioni impegnavano le giovani in:

  • scopinatura
  • annodatura
  • trattura

La scopinatura era il compito che di solito spettava alle neo assunte. Queste raccoglievano i bozzoli e i relativi capifilo con l’ausilio di una specie di mestolo bucherellato. Le scopinatrici passavano il tutto alle filatrici, che però si rivolgevano alle annodatrici ogni volta che il filo di seta si spezzava per l’annodatura.

Bacinella di trattura con bachi da seta, mestolo bucherellato e scopetto

Tutte queste mansioni erano manuali, come anche la trattura, tra le operazioni più dure, usuranti e malsane della filanda. La trattura consisteva nel dipanare i bozzoli dei bachi da seta, unendo in un unico filo bave di più bozzoli. La singola bava era infatti inutilizzabile perché troppo sottile per formare un unico filo di sezione costante. In questa fase le filatrici immergevano le mani nella bacinella di trattura, dove l’acqua bollente serviva a preservare la continuità del filo, evitando lo sviluppo della crisalide all’interno dei bozzoli.

E quando i bozzoli non venivano completamente dipanati? Le bigatine estraevano le crisalidi ancora presenti al loro interno: compito abominevole e mortificante per la sporcizia e la puzza nauseabonda. Dai bozzoli invece correttamente dipanati, si otteneva della seta greggia che le lavoratrici avvolgevano in matasse sugli aspi o bobine. Dopodiché, entravano in gioco i famosi torcitoi per la torcitura.

Le condizioni di lavoro delle filandaie

Filandaie al Filatoio di Caraglio

L’orario di lavoro nella filanda seguiva le logiche di quello agricolo, dall’alba al tramonto, con un’estensione notturna, introduzione dell’attività manifatturiera. Perciò, le filandaie lavoravano dalle 12 fino alle 16 ore al giorno, a seconda della filanda di riferimento. Tutto ciò senza contare che, per raggiungere le filande e per poi rientrare a casa, le lavoratrici percorrevano a piedi anche più di un’ora a tratta. Ciò significava arrivare al lavoro già stanche e avere pochissimo tempo per riposare al termine dell’estenuante giornata, una volta rientrate nelle loro abitazioni.

Le filandaie invecchiavano perciò precocemente. Invece di crescere sane e robuste, diventavano gracili, stanche e debilitate. Lancinanti dolori alle mani sempre più nodose e deformate dall’artrosi diventavano i compagni indesiderati delle loro brevi vite. A questi, si sommavano anche mal di schiena e problemi posturali, causati dal tempo prolungato trascorso in posizioni statiche e innaturali. Senza contare che, per ragioni economiche e per l’assenza di tutele, queste giovani donne lavoravano anche durante la gravidanza. Erano in filanda persino poche ore prima del parto con gravi ripercussioni sui nascituri: dalla disabilità fino all’altissima mortalità infantile.

Bambina di schiena con braccia aperte in un campo

Gli alloggi delle filandaie nelle filande

Col passare del tempo, molte filande si dotarono di alloggi per ospitare le filandaie durante la settimana di lavoro, come fece il Filatoio di Caraglio stesso. I dormitori però erano spesso troppo piccoli rispetto al numero di persone accolte, improvvisati, bui, poco areati e insalubri. Condizioni altrettanto precarie dal punto di vista igienico-sanitario erano quelle delle postazioni di lavoro delle filandaie, a ridosso delle quali (per ottimizzare i tempi) erano collocati i bagni. Dai WC, la cui pulizia lasciava molto a desiderare, proveniva un fetore che si mescolava a quello delle bacinelle di trattura.

Elementi ricorrenti dei filatoi e delle filande erano il lume a petrolio, gli impianti e i macchinari lignei, per non parlare delle porte sempre chiuse (per volere dei padroni). Tutto ciò rappresentava lo scenario perfetto per innescare un incendio.

Fuoco, fiamme, scintille di un incendio

Spesso, infatti, quei locali si trasformavano in trappole mortali, di cui le filandaie rimanevano vittime. Gli incendi erano all’ordine del giorno tra Otto e Novecento non solo nel Cuneese ma anche nel resto d’Italia e nei paesi industrializzati. Se non morivano arse vive, perdevano la vita per asfissia, come accadde a dodici operaie di Cavallermaggiore nel filatoio di Giorelli-Bruno ad Alba nella notte tra il 18 e 19 settembre 1882. Pensa che nessun risarcimento venne corrisposto alle famiglie. Solo le società di mutuo soccorso locali si adoperarono per raccogliere una piccola somma di denaro.

Il legame tra filande e 8 marzo, Giornata Internazionale della Donna

Questi tragici avvenimenti portarono poi all’istituzione di una giornata dedicata alle donne: l’8 marzo. Tale data è stata individuata solo nel 1977 dalle Nazioni Unite e associata dall’opinione pubblica a un episodio specifico. Si tratterebbe infatti della morte di un centinaio di operaie all’interno di un setificio americano a causa di un incendio. Oltre ad essersi verificato non l’8 marzo, bensì il 25 marzo 1911 a New York, tale evento fu solo uno dei tanti incidenti e il più emblematico per il gran numero di vittime.

L’episodio in questione avvenne un anno dopo la Conferenza internazionale delle donne socialiste, svoltasi dal 26 al 27 agosto 1910 a Copenaghen. In quell’occasione la segretaria della sezione femminile della II Internazionale, la socialdemocratica (poi comunista) Clara Zetkin proclamò per l’ultima domenica di febbraio una mobilitazione per il diritto di voto di tutte le donne socialiste europee. Al contempo, propose di stabilire in ogni paese una data per una manifestazione annuale dedicata alla questione femminile, in seguito alla mobilitazione statunitense.

Infatti, la giornata della donna negli Stati Uniti si celebrava già dal 1908, quando la conferenza del Partito socialista a Chicago venne ribattezzata proprio Woman’s Day e continuò a ripetersi fino al 1913 l’ultima domenica di febbraio. Sfruttamento delle operaie da parte dei datori di lavoro, discriminazioni sessuali e diritto di voto furono le cause che animarono tale ricorrenza.

Tutto ciò per dire che le precarie condizioni del lavoro femminile accomunavano le lavoratrici piemontesi e, più in generale, italiane, a quelle europee e americane ancora prima dell’inizio del Novecento. E la cosa non può di certo stupirti, anche perché le stesse difficoltà si verificarono anche nelle fabbriche durante le guerre mondiali! Per rendertene conto, ti basterà leggere la storia del lavoro femminile dagli Stati Uniti all’Italia fino al Piemonte.

Il canto delle filandaie

Al pari delle mondine, di cui ho già raccontato in un precedente articolo, il canto corale scandiva il duro lavoro delle filandaie. Come per le mondariso, cantare era un modo per ingannare quel tempo dannato e per sentirsi più vicine e solidali in quella terribile condizione di sfruttamento, di miseria e disagio. Nonostante ciò, a differenza delle mondine, le filandaie assunsero un atteggiamento più remissivo, docile, a tratti, rassegnato. Le parole dei loro canti ben riflettevano quella mansuetudine. Raccontavano con malinconia la giovinezza sfiorita troppo in fretta per le loro vite grame e una miseria sia materiale che esistenziale.

Queste stesse parole sono le protagoniste dell’installazione: UNFILDIVOCE di Silvia Beccaria nel Filatoio di Caraglio. Nell’opera dell’artista torinese un filo rosso si dipana su un’installazione trasparente e si proietta sul muro. Tutto ciò compone un intreccio che ricama frammenti di brani, estrapolati da antiche ballate popolari cantate dalle filandaie nel Nord d’Italia, che puoi ascoltare mentre osservi l’installazione.

Installazione UNFILODIVOCE di Silvia Beccaria al Filatoio di Caraglio

In un passato più recente, in linea con l’atteggiamento di malinconica rassegnazione delle filandaie, echeggia ancora oggi una canzone del 1971: La filanda, cantata da Milva. Tra l’altro, ho già citato Milva per la sua interpretazione della versione di Bella Ciao, come canto di lavoro delle mondine. In questo caso, invece, il brano è la cover della canzone portoghese di Amália Rodrigues: É Ou Não É, il cui testo è completamente diverso da quello italiano.

Protagonista de La filanda è una povera filandaia, sedotta e abbandonata dal figlio del padrone, di cui rimane incinta, rifiutata anche dal padrone stesso che non la vuole come nuora. All’inizio il brano dà voce alla rabbia della giovane. Nonostante ciò, la conclusione sfocia in una mesta accettazione del proprio destino e in un’ammissione della propria ingenuità. Il mondo infatti si presenta come una filanda, diviso in due fazioni: chi comanda e chi ubbidisce. Il tutto senza aprire alcuno spiraglio di ribellione contro l’ordine prestabilito.

Gli uomini nelle filande

Visto che li ho chiamati in causa più volte, mi sembra giusto anche parlare di loro: gli uomini nelle filande. Li potrei definire la minoranza privilegiata, a partire dalla loro retribuzione fino ai ruoli che ricoprivano nelle filande.

Per quanto riguarda il compenso, le filandaie guadagnavano circa 1,10 lire al giorno, quando la media nazionale della retribuzione industriale era di 1,50 lire. I pochissimi uomini impiegati in filanda percepivano più del doppio delle filatrici, pur svolgendo mansioni meno usuranti. Analoga disparità salariale interessava anche le fabbriche e, più in generale, qualsiasi posto di lavoro.

Tornando agli uomini nei filatoi, le loro posizioni erano:

  • direttore, cioè il braccio destro del proprietario, che, con grande severità, controllava l’operato delle filandaie
  • fuochista, il quale alimentava con il carbone una grande caldaia per assicurare acqua calda alle bacinelle di trattura
  • macchinista, preposto al buon funzionamento della caldaia, delle macchine e degli impianti

Gli scioperi delle filandaie

Braccio alzato con pugno chiuso

Considerata la disparità di trattamento tra lavoratori e lavoratrici, oltre alle pessime condizioni di lavoro, il malcontento non tardò a manifestarsi anche nelle filande. Pur senza mobilitarsi unite e in massa come fecero le mondine, le filandaie cercarono di far valere i loro diritti durante scioperi e agitazioni. Le proteste più frequenti e durature si tennero all’interno del filatoio Dupré & Fodratti di Bra negli anni:

  • 1888 contro la disciplina troppo rigida
  • 1893 per una riduzione dell’orario, che si concretizzò in mezz’ora di lavoro in meno
  • 1898 contro l’uso del registro individuale
  • 1901 per 10 ore di lavoro, che le portò ad essere le prime filandaie in provincia a battersi per questa rivendicazione, raggiungendo il compromesso delle 11 ore con la riassunzione delle lavoratrici licenziate per rappresaglia.
  • 1907 contro una sorvegliante malvista, prima il 24 e il 25 luglio con un’adesione parziale e poi tra il 20 settembre e il 10 ottobre con una partecipazione unanime (180 operaie) e ad oltranza
  • agosto 1911 e luglio 1912, tre settimane di sciopero per un aumento della retribuzione

Filandaie e socialismo: una trama difficile da tessere

Quello di Bra fu il caso più eclatante di lotta delle filandaie. La determinazione, la consapevolezza e la resistenza delle lavoratrici negli anni si rafforzarono grazie alla presenza del POI (Partito Operaio Italiano) e poi Partito dei Lavoratori.

Una situazione analoga si verificò anche nel Monregalese. Come a Bra, in questa zona si diffuse il socialismo con lo sviluppo di diversi circoli molto attivi, tra cui quelli di Mondovì, Piozzo e Carrù. Questi rappresentavano i punti di riferimento, attorno i quali le filandaie si riunivano e organizzavano le lotte che avevano come obiettivo principale la riduzione dell’orario di lavoro e, in parallelo, l’aumento salariale.

Oltre alle repressioni da parte delle autorità locali, l’ostacolo più grande fu l’avidità dei proprietari dei filatoi. Per placare le proteste, i padroni acconsentirono sì a una riduzione delle ore di lavoro, ma dietro a un abbassamento delle paghe. Di fronte a questo ricatto, mascherato da compromesso, molte operaie abbandonarono la lotta. Rinunciare anche a pochi centesimi significava, infatti, aggravare quella miseria nera che divorava loro stesse e le proprie famiglie.

Incannatoi e binatoi con immagini di filandaie

Come se non bastasse, il movimento socialista faticò a rimanere compatto e a guadagnare la piena fiducia delle filatrici. Infatti, un anno dopo la sua fondazione, avvenuta nel 1902, la Camera del Lavoro si trovò a fare i conti con un progressivo declino, anche a causa della mancata volontà delle filandaie di costituire la propria lega. Così gli scioperi furono spesso spontanei e frammentati sul territorio più che organizzati.

Lo dimostrarono le astensioni dal lavoro nei filatoi di Racconigi, Caraglio, Sanfré, Saluzzo, Dogliani e Fossano. Ciò avvenne durante tutto il ventennio del Novecento, quando si intensificarono le lotte per le otto ore e contro il carovita, a cui però pochi setifici aderirono. Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale costrinse alla chiusura molte attività, tra filande e filatoi, che riaprirono al termine delle agitazioni operaie. Il conflitto mondiale non fu però la prima minaccia con la quale il settore serico dovette confrontarsi.

La crisi della seta

Il primo scossone alla progressiva decadenza di filande e filatoi, tra cui quello di Caraglio, si verificò verso la metà dell’Ottocento. In questo periodo, si sviluppò prima in Francia e poi in Italia l’epidemia di pebrina. Si trattò di una malattia del baco da seta, che colpì sia le coltivazioni di gelso che i bachi stessi.

Complice tale evento funesto, che portò alla ricerca di nuovi bozzoli in Estremo Oriente, nel 1857 i discendenti dei Galleani vendettero il Filatoio di Caraglio alla famiglia di banchieri Cassin. Fu probabilmente in questo frangente che le pareti dell’edificio si colorarono di rosso. Da qui derivò poi il nome: Filatoio Rosso.

Bozzoli dei bachi da seta

Oltre all’epidemia, come già accennato nel paragrafo precedente, un momento destabilizzante fu lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. A causa del conflitto, molte realtà rimasero chiuse e riaprirono solo a partire dal 1922.

Nel caso del Filatoio di Caraglio, la produzione, seppur con costi differenti dovuti all’importazione, proseguì fino al 1936. Dopodiché, chiuse definitivamente i battenti a causa dell’autarchia economica. La politica del regime fascista promuoveva la produzione di filati alternativi, come la viscosa e il fustagno, derivato dal cotone coltivato nelle colonie africane.

Da allora, filande e filatoi scomparvero. Durante la Seconda Guerra Mondiale il Filatoio di Caraglio diventò una caserma militare, riportando danni significativi a causa dei bombardamenti aerei. Bisognerà aspettare la fine degli anni Novanta con l’acquisto da parte del Comune per il suo recupero e riapertura in qualità di Museo del Setificio Piemontese. A causa di una difficile situazione finanziaria, la Fondazione Filatoio Rosso, che da tempo gestiva il bene culturale, si è sciolta, lasciando a casa tutto il personale e aprendo un periodo di transizione verso i nuovi gestori.

Conclusioni su filande, filatoi e filandaie

Rocchetti dei torcitoi idraulici nel Filatoio di Caraglio

Si aprono tante riflessioni da quello che nel 1993 il Consiglio d’Europa definì:

Il più insigne monumento storico-culturale di archeologia industriale in Piemonte

Questo bene culturale ci permette, di riappropriarci delle nostre radici e della nostra storia locale, restituendoci una preziosa testimonianza tangibile da tramandare alle generazioni future. Ci racconta di un passato che vedeva il Piemonte e, in modo particolare, il Cuneese un polo serico d’eccellenza, di cui (quasi) tutto è andato perduto. Per questo motivo, la sua valorizzazione si rivela ancora di più importante e necessaria.

Conoscere da dove veniamo ci permette di capire dove stiamo andando. Ciò significa evitare di commettere gli stessi errori del passato, aggiustare il tiro e migliorare così non solo il presente ma, nel lungo termine, anche il futuro. Quell’eccellenza non può e non deve trarci in inganno, rattristandoci per un primato produttivo svanito.

Basta pensare alle storie delle filandaie, artefici e vittime di quel successo, per comprenderne i risvolti tanto drammatici quanto ancora poco conosciuti. Oltre alle questioni relative alla parità di genere, e quindi di retribuzione e di opportunità in ambito lavorativo, il vissuto delle filatrici è anche un’occasione di riflessione riguardante la salute e la sicurezza sul lavoro.

Questi temi sono infatti più che mai attuali e rilevanti. Ancora tanti, troppi sono gli incidenti sul lavoro, per non parlare delle malattie professionali, con il Piemonte al quinto posto in Italia per numero di morti sul lavoro (63) nel 2022. Queste provengono per lo più dal settore dell’edilizia, a cui seguono trasporti e magazzinaggio e attività manifatturiere.

Mi auguro che, a differenza del passato non si muoia e non ci si ammali più di/sul lavoro, grazie alla adozione vera (e non solo su carta) di tutte le misure per tutelare la salute e l’incolumità di lavoratori e lavoratrici. La storia della filande e delle filandaie da e oltre Cuneo ce lo insegnano. A tal proposito, conoscevi la loro storia e, in modo particolare quella del Filatoio di Caraglio? Hai già visitato questo luogo extraordinario? Se sì, che cosa ti ha lasciato? Fammi sapere nei commenti qui sotto!

Bibliografia

Le informazioni sul Filatoio di Caraglio contenute in questo blog post sono tratte dal tour organizzato presso il Filatoio stesso da @igerscuneo durante l’Instameet: Sulla Via della Seta.

Gli approfondimenti storici sulle condizioni di lavoro sulle filandaie e sulle loro lotte sono riportati da: Le fabbriche magnifiche: la seta in provincia di Cuneo tra Seicento e Ottocento. Si tratta del catalogo della mostra allestita a Cuneo dal 14 maggio al 31 luglio 1993. L’opera è stata realizzata dal Comune di Cuneo Assessorato per la cultura, dalla Regione Piemonte Assessorato alla cultura, dalla Provincia di Cuneo e dal Politecnico di Torino.

Per conoscere in modo più dettagliato i filatoi e le filande nel Cuneese nei primi anni del Novecento, puoi consultare: Statistica Industriale – Le Industrie Tessili nella Provincia di Cuneo.

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